Il gioco delle tre carte: dal SAFE ai 36 miliardi, la sovranità che non c’è

Facciamolo semplice, perché la politica italiana ama la nebbia e noi no.
Giorgetti si presenta in Parlamento il 5 agosto e chiede alla UE fino a 36 miliardi di flessibilità: 22 per il riarmo tramite SAFE, 14 per l’energia. Fino a pochi giorni prima Tajani parlava di 14,9 miliardi in tutto. Non serve essere ragionieri per notare la distanza tra le due cifre. Il punto non è nemmeno la matematica: è che la narrazione cambia in corsa, e cambia sempre nella stessa direzione — verso più debito, più impegni, più Bruxelles.
Camera e Senato hanno approvato con 181 e 98 sì. E qui viene il bello: tra i favorevoli, secondo le cronache parlamentari, ci sono anche le risoluzioni di Italia Viva e +Europa, con pezzi del PD che le votano a rimorchio. Il partito che si professa “più europeista di tutti” che vota insieme al governo “sovranista”: se non è una barzelletta, ci somiglia parecchio. La Lega, dal canto suo, fa la sceneggiata delle proteste, si fa correggere una riga nella risoluzione, e poi vota sì. Lo stesso copione già visto sull’Ucraina.
Tutti d’accordo, alla fine. Perché sull’architrave — restare dentro le regole di Bruxelles, indebitarsi secondo le sue condizioni, non uscire mai davvero dal recinto — destra e sinistra di establishment non divergono mai.
Il conto lo pagano gli italiani, non i tecnocrati
Quello che manca nel dibattito pubblico è la parte più scomoda: cosa succede se la traiettoria di rientro non viene rispettata. Qui non si tratta di opinioni, ma di regole già scritte nel nuovo Patto di Stabilità e Crescita, che questo governo ha sottoscritto.
Per un Paese come l’Italia, sotto procedura per deficit eccessivo, lo sforamento del percorso concordato comporta una sanzione fino allo 0,05% del PIL ogni sei mesi — per noi, circa un miliardo di euro a semestre, cumulabile fino allo 0,5%. Non è propaganda: è la cifra che circola sulla stampa economica e nei documenti tecnici del nuovo Patto.
A questo si aggiunge il piano di rientro concordato con la Commissione: un percorso di aggiustamento della spesa netta, monitorato anno per anno, che lega le mani ai governi presenti e futuri, chiunque essi siano. Altro che “abbiamo scampato il MES”: lo stiamo reintroducendo pezzo per pezzo, con l’etichetta della difesa invece che quella del salvataggio bancario.
Il vero problema
Non è il riarmo in sé, e non è nemmeno la cifra esatta: 14, 22 o 36 miliardi, il principio è lo stesso. Il problema è che ogni governo, di qualunque colore, arriva sempre allo stesso punto: chiedere il permesso a Bruxelles, accettarne le condizioni, e raccontare agli italiani che si tratta di una vittoria della sovranità nazionale.
Chi ha votato “sovranista” alle ultime elezioni si ritrova un esecutivo che allarga lo scostamento di bilancio su ordine tecnico del Ministero dell’Economia, con il plauso di Italia Viva e +Europa. Il resto, le sceneggiate della Lega, gli annunci roboanti di Tajani e Crosetto, è teatro politico per un’opinione pubblica che si vuole tenere distratta, non informata.
Il vero cambiamento non passa da una richiesta di flessibilità in più o in meno. Passa dal ridiscutere l’intera cornice: chi decide davvero i vincoli di bilancio di questo Paese, e a beneficio di chi essi saranno.